martedì 20 dicembre 2016

Si vive per lavorare?




L’ideologia del lavoro è quel complesso di credenze e di opinioni che fa del lavoro “salariato” il centro della vita, l’unica via che può permettere all’uomo moderno di accedere al credito e alla sempre crescente proliferazione dei beni di consumo. Ed è così che non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare, perché il bisogno dei soldi è sempre maggiore e in compenso dobbiamo cedere tutto il nostro tempo che, detto in altre parole, significa che non abbiamo più il tempo per vivere, per goderci qualcosa di nostro, di intimo, di vero, che non sia per forza di cose esclusivamente riconducibile al materialismo. L’ideologia del lavoro comporta però delle conseguenze sociali davvero drammatiche, a cui la gente raramente pensa (non ne ha il tempo!). Ci si identifica così tanto con il proprio lavoro che si diventa quel lavoro, perché se qualcuno ci chiede “chi siamo?”, probabilmente risponderemo con il lavoro per cui siamo pagati (“sono un idraulico”, “sono un tassista”). Lo so, a voi sembrerà normale, per voi può essere la normalità, ma per me, tutto ciò ha un qualcosa di drammatico: essere il proprio lavoro, vivere per il proprio lavoro. E nella società nella quale viviamo non è consentito considerare il lavoro come un “problema”, specie in tempo di crisi, è peggio di un crimine. Poi fa niente se l’ideologia del lavoro condurrà necessariamente la maggioranza della popolazione a una grande e profonda solitudine, abbinata ad una frustrazione sulla propria incapacità di influenzare il mondo che ci circonda attraverso ciò che viene fatto durante il giorno. Le persone vengono assalite dalla disperazione per il vuoto della propria vita quotidiana che diventa un vero e proprio circuito chiuso di confusione e auto-illusione verso se stessi.
Masse di gente che si muovono come un gregge e come carne al macello per raggiungere un posto di lavoro che li rende schiavi, ripetitivi, distrugge la fantasia e il senso di umanità.
Non usciremo da questo Sistema finché non avremo la consapevolezza che noi non viviamo grazie al lavoro (e relativo salario!) ma nonostante il lavoro. Il lavoro moderno, come lo intendiamo oggi, inizia a prendere forma con l’avvento della “Rivoluzione industriale” e trova la sua massima esaltazione nel liberismo-capitalismo e nel marxismo, ovvero le due correnti che nei fatti prendono piede proprio dalla Rivoluzione industriale. Ma come sia andata a finire, in entrambi i casi, è sotto gli occhi di tutti. E ancora prima della Rivoluzione Industriale, i promotori del lavoro sono stati i Cristiani, sì, proprio il Cristianesimo, infatti subito dopo il “peccato originale” arriva la condanna di Dio per l’essere umano: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”… però mi chiedo se questa avversità vale anche per i politici.. Poi arriverà il solito san Paolo, carico di “requisiti” morali, che affermerà: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare”. Insomma, il dado è tratto, non si può tornare indietro. Ed è un peccato, perché proprio tornando indietro nel tempo possiamo riscoprire come, semplicemente, l’ideologia del lavoro non esisteva e di certo non si viveva per lavorare.
Tornando indietro nella storia infatti, ci accorgeremo di come ai tempi dei Romani e dei Greci il “lavoro” non aveva poi tutta questa importanza nella sfera sociale. Per i Greci il lavoro veniva percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, mentre Cicerone afferma in “De Officiis” che “il salario è il prezzo di una servitù“. Nella lingua latina poi, il lavoro ha due “facce”, ossia il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa, quella che per l’appunto, permette di esprimere al meglio i propri talenti. Bisogna quindi “capire” bene cosa significhi veramente “lavorare” al giorno d’oggi. Perché un conto è fare qualcosa che ci permetta di vivere, un’altra cosa è vivere facendo qualcosa per rivestirci di status symbol, per avere successo, potere, soldi e via dicendo.


Il lavoro è, a mio avviso, la causa principale che ha determinato la sostituzione dell’essere con l’avere. Da esseri spirituali ci siamo trasformati in persone materialiste. Ed è questo il nodo principale del malessere che permea in profondità la nostra società, in quanto avere non è, né potrà mai esserlo, un riempitivo e men che meno un sostitutivo dell’essere. L’aspetto di quest’ideologia del lavoro non è tanto il fatto che si lavori, perché capisco bene che ci sono situazioni in cui si è, diciamo, “costretti” a farlo, ma il fatto che si abbia una voglia matta di lavorare, la gente in tempo di crisi è disposta a fare qualunque cosa pur di lavorare, in pratica, le persone sono pronte a sottomettersi all’ideologia del lavoro.
Il fatto stesso che si voglia lavorare, che si adori il lavoro, che gli si voglia bene, significa nella maggior parte dei casi, non aver capito che stiamo volendo bene alla nostra stessa schiavitù! Ma al peggio non c’è mai fine, e infatti il lavoro, questo assassino della vita, viene addirittura definito come colui che “nobilita l’uomo”, ma in verità il lavoro sta rincoglionendo l’uomo, tant’è vero che l’uomo moderno è stressato, angosciato, ossessionato dal lavoro stesso, e non sa neppure più cos’è la Vita, e soprattutto, cosa significhi VIVERE!
Nella società mercificata nella quale viviamo circola l’idea che il lavoro rendi le persone libere, indipendenti, autonome… ma è vero l’esatto contrario, e l’unica forma di libertà che otteniamo è quella di poter scegliere tra dieci marche diverse di shampoo da poter acquistare. E poi da cosa dovrebbe liberarci il lavoro? Resta il fatto che nel nostro paese il dogma del lavoro è sacro, non lo si può toccare. Figuriamoci, lo abbiamo anche messo a fondamento della nostra costituzione. E il perché non lo si possa toccare è anche piuttosto semplice da intuire: se lo facessimo l’intero sistema crollerebbe in un niente. Ci tengo a precisare che non sto parlando di un rifiuto totale verso il lavoro, perché anche se viviamo in una società “malata”, ci sono tante persone che amano ciò che fanno, e questo amore si propaga ben oltre il salario. C’è anche chi, oltre al lavoro, conserva e coltiva qualcosa di ben più prestigioso, al quale dedica gran parte delle proprie energie. Ed è giusto e bello che sia così. Questo mio articolo vuole soltanto trasmettere il rifiuto dell’ideologia del lavoro, cioè dell’ideologia che oggigiorno viene rappresentata proprio dal lavoro: sfruttamento, devastazione, inquinamento (ambientale e sociale) che necessariamente comporta la schiavitù di chi lo fa e di chi lo subisce. Il rifiuto di questa ideologia rappresenta un tentativo legittimo e naturale (cioè che asseconda la nostra natura di esseri viventi e liberi) di riappropriarci della nostra vita e della nostra libertà.


Attribuzione: Tragicomico


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a cura di Salvatore Cimiotta | © Diritti Riservati.